Laboratorio Bisogni e salute mentale – 29 gennaio 2017

Abbiamo ricordato la struttura del laboratorio che vedrà alternarsi il lavoro legato al Cantiere Marx a quelli che vanno sotto il titolo Bisogni e salute mentale.

Domenica, prima di entrare nelle questioni relative alla salute mentale, abbiamo condiviso un programma di minima per proseguire il lavoro legato al Cantiere Marx il prossimo fine settimana dell’11 e 12 febbraio. Accogliamo il suggerimento di Raoul Kirchmayr di approfondire attraverso il testo della prefazione di Sarte il tema della violenza. Ci verranno in aiuto due scritti critici nei confronti del pensiero sartriano: il primo è quello di Judith Butler presente sul numero 344 di “aut aut” (tra i materiali del Laboratorio).  Il secondo invece è un testo di Hannah Arendt dal titolo Sulla violenza (anche questo disponibile tra i materiali). Si profila così la possibilità di svolgere nel laboratorio una riflessione comune su questo tema che, ovviamente, come abbiamo visto anche dalla discussione svoltasi sulla questione della salute mentale, ha strettamente a che fare con il tema dei bisogni.

Abbiamo iniziato a sviluppare delle riflessioni a partire dal testo di riferimento di Ongaro, Follia/delirio, contenuto nel volume Salute/malattia, Edizioni Alphabeta, 2012.

In questo testo viene introdotto il concetto di bisogno indefferenziato, un concetto che viene proposto anche in diversi testi basagliani.

Ongaro, con chiaro riferimento al testo di Foucault Storia della follia (Rizzoli, 1963), utilizza tale concetto per descrivere una condizione in cui i soggetti non erano nella possibilità di esprimere e dare corpo ai propri bisogni. La scena è quella del folle che, assieme al delinquente e al miserabile, si trovava incarcerato nella Francia del ‘700. È in riferimento a questa condizione, in cui la malattia mentale non si trova ancora come oggetto di indagine e di pratiche istituzionali specifiche, che Ongaro utilizza l’aggettivo “indifferenziato”. L’operazione di Pinel da una parte è ispirata dal rispetto verso la sofferenza di esseri umani incatenati, ma dall’altra dà inizio alla razionalità psichiatrica che accompagna la nascita e lo sviluppo del manicomio e della psichiatria medica figlia dell’illuminismo. Questa storia trova un punto di svolta nella chiusura del manicomio da parte di Basaglia e dei suoi collaboratori. Il punto da comprendere in questo processo storico, è se la condizione del malato di mente è tale per i cui i suoi bisogni si specificano e se si come trovano una risposta all’interno della società. Ongaro a riguardo è radical: non può essere data risposta ai bisogni da altri che non sia lo stesso che ne è portatore. “Dare la parola” è un gesto di re-inclusione all’interno della razionalità che codifica la malattia mentale, è un gesto di sovranità che la psichiatria, attraverso il suo presunto sapere, mette in scena per incanalare e “smistare” una parola che viene tacciata altrimenti di irrazionalità e sragione. In questa direzione si orienta la critica di Ongaro alla psicoanalisi di Freud, come strumento di controllo e di normalizzazione attraverso una pratica che non differisce nella sostanza dalla confessione religiosa (posizione analoga a quella di Foucault, ad esempio in La volontà di sapere, Feltrinelli, 1976). Nel lungo percorso della rivoluzione basagliana dare risposta ai bisogni fondamentali è qualcosa che ne ha caratterizzato le pratiche. Ovviamente tutto ciò è necessario: i diritti all’autonomia, alla casa, alla possibilità di spostamento e quello di non essere sottoposti a costrizione, oggi ci appaiono generalmente scontati ed ovvi. Anche il diritto di gestione della propria terapia da parte del malato, fa parte di un processo di recupero di cittadinanza e di soggettività.

Ma ci si interroga sul limite di questa operazione che, in qualche modo sembra contraddire la riflessione di Ongaro. Si tratta sempre del riconoscimento di una soggettività all’interno di paradigmi che soddisfano bisogni che all’istituzione e alla sua razionalità appaiono primari. È attraverso questo lungo processo che il matto segregato in manicomio acquista uno statuto nuovo,cui fa riferimento tutta l’istituzione psichiatrica: quello di malato rispetto al quale si sviluppa il concetto di salute mentale.

In questo processo a più tappe, ciò che sembra essere persa è la nozione stessa di follia, cui fa criticamente riferimento Ongaro. Il discorso dei diritti mostra qui il suo limite: ci accorgiamo che esso è ancora e pur sempre il discorso della razionalità. Esso non va soppresso, ma è insufficiente rispetto al problema di fondo, alla “domanda” fondamentale cui fa riferimento Ongaro: una società che fa scomparire la follia dall’orizzonte della propria vita è sottomessa alla violenza, poiché in essa non trovano espressione bisogni altrettanto essenziali di quelli di natura materiale, diritti compresi. La separazione tra malattia mentale e follia, ha obliato la possibilità che quest’ultima mantenga un posto all’interno delle nostre esistenze.

La domanda che emerge è se all’interno di questo contesto la questione dei bisogni abbia trovato una maggiore definizione oppure l’indifferenziazione rimane il punto su cui insistere per far rientrare nella riflessione la nozione di follia, oggi appunto quasi del tutto scomparsa.

Nell’incontro del 26 febbraio avremo ospite Peppe dell’Acqua, responsabile della Collana 180 ed ex direttore del DSM, con il quale dialogheremo intorno alla bozza di proposta di modifica della legge 180. Sarà un’occasione per riflettere quanto e fino a che punto il testo di legge possa riflettere e far proprie le questioni che abbiamo cercato di trattare nel laboratorio.

Si consiglia ovviamente di leggere la bozza, presente tra i materiali sul sito della scuola, ma anche il testo della 180 stessa, per avere degli strumenti utili alla valutazioni delle modifiche proposte. Infine sul sito della Scuola è stato caricato il testo di Pier Aldo Rovatti Basaglia: Follia e nuova razionalità, apparso su “Alfabeta” 3/4 del 1979 e che siamo riusciti a recuperare grazie alla gentilezza della redazione di “Alphabeta 2”.

Alessandro Di Grazia

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