Laboratorio pensiero debole – secondo incontro

LABORATORIO PENSIERO DEBOLE

Coordina: Annalisa Decarli

Interviene: Stefano Tieri

Partecipanti:

  • Brunella
  • Guido
  • Osama
  • Gloria
  • Erica
  • Selene
  • Stefano
  • Matteo
  • Rudi
  • Giovanni
  • Roberto

Secondo incontro – domenica 29 gennaio 2017

Si propone la lettura condivisa del racconto di Italo Calvino “Il seno nudo”, tratto dalla raccolta Palomar. Quindi i partecipanti sono invitati a formulare in forma interrogativa i pensieri e le suggestioni suscitate dalla lettura.

  1. Che cosa desidera Palomar? (Rudi)
  2. Perché Palomar non crede a quello che ha appena pensato e ripassa quattro volte, facendo 4 pensieri distinti e fallimentari? (Guido)
  3. Possiamo considerare la convenzionalità una sorta di “regime di verità”? (Osama)
  4. Che cosa fa dubitare Palomar del proprio pensiero, del primo pensiero che ha avuto? (Roberto)

La discussione si snoda a partire da alcune riflessioni a proposito delle convenzioni e dei tabù sociali riferiti al corpo, soprattutto femminile. Si considera che l’esplorazione fenomenologica operata da Palomar sul mondo, sulla donna e sul proprio pensiero, agita con l’intenzione di arrecare il minor fastidio possibile, produce infine il massimo fastidio a causa dell’insoddisfazione (implicita) che ogni passaggio lasciava al nostro protagonista.

Ci si chiede se l’epoché si possa considerare una sospensione del “rumore della vita” e si interpreta il reiterato passaggio di Palomar sulla spiaggia davanti alla donna come “negazione della pausa di riflessione”. L’intenzione è paragonata a un’anticipazione quantica (attività neurale elettromagnetica nella teoria della “mente quantica”).

Ma il tentativo di porsi come osservatore neutro può essere letto come tentativo consapevole di smascheramento delle convenzioni.

Se il seno della donna suscita il desiderio maschile, si ipotizza un transito dall’apollineo al dionisiaco.

Il seno della donna può evocare anche il potere – il potere di alimentare la vita, che nell’astrazione diventa inibente.

La passeggiata di Palomar viene suddivisa in 5 fasi:

  1. Sorpresa
  2. Controllo di qualità
  3. Azione
  4. Supplica (di Palomar alla donna affinché riconosca il desiderio che lui non è in grado di riconoscere, mistificandolo attraverso l’osservazione “scientifica”).
  5. Valore (ricostruzione dell’identità)

Possiamo considerare la donna semplicemente come un elemento della natura, inglobata nella natura?

Se consideriamo soggetto e mondo come entità distinte e separate, e il soggetto ha accesso al mondo attraverso la conoscenza e l’interpretazione, l’esito del suo approccio al mondo è apparentemente fallimentare.

In un altro racconto (Come imparare a essere morto) , Palomar si rappresenta come:

IO più il MONDO meno IO

Accogliendo il mondo, il soggetto attenua l’io, ma, pensa Palomar, se l’io si potesse togliere proprio, rimarrebbe il mondo oggettivo. → È possibile l’oggettività sul mondo? Esiste un mondo oggettivo da scoprire?

Nella relazione IO-NOI si sviluppa una affettività relazionale che può assumere due configurazioni diverse e alternative: NOI + IO e NOI vs IO

Lo stile relazionale è connotato da manierismo e retorica. Ma quando si smascherano le convenzioni, è possibile il cambiamento? Come si può cambiare? Seguendo un modello ideale precostituito – che sarà a sua volta in qualche modo convenzionale – o attraverso una ricerca disorientante nella quale possiamo anche perderci?

Dobbiamo costruire un lessico condiviso, chiarendo e negoziando i significati che attribuiamo noi in quanto comunità alle parole che usiamo. Potere, verità, violenza: in che modo usiamo queste parole? Che cosa è la verità? In quale relazione sta con il dato di fatto?

Si cita il “paradosso del mentitore”: altro nome con cui viene indicato il famoso paradosso (o sofisma) di Epimenide (nativo di nell’isola di Creta fra il 7° e il 6° sec. a. C., annoverato fra i Sette sapienti dell’antichità), che si usa formulare così: «Epimenide afferma che tutti i Cretesi sono mentitori. Dice la verità o mente?» Se dicesse la verità, egli [essendo cretese] mentirebbe, viceversa se mentisse direbbe la verità.

  • paradosso                      irresolubile: A ←→ -A
  • contraddizione             aut/aut:       A   /   -A
  • assurdo

Infine si discute brevemente il commento che Rudi aveva postato nel blog della Scuola.

L’esercizio che ci siamo dati per il prossimo incontro è una ricerca dei significati dei termini paradosso e contraddizione, come sono definiti dal vocabolario, come si sono stratificati nella lingua d’uso e/o raccontare che cosa significa quella parola per me, nel mio vissuto.

→ dal vocabolario Treccani online:

paradòsso agg. e s. m. [dal gr. παράδοξος, comp. di παρα- nel sign. di «contro» e δόξα «opinione»; come sost., dal gr. παράδοξον (neutro sostantivato), lat. paradoxum].

1. agg. Che va contro l’opinione o contro il modo di pensare comune, e quindi sorprende perché strano, inaspettato. Il termine è oggi usato quasi esclusivam. nel linguaggio medico, riferito a fenomeno o reazione che si svolge in senso opposto a quello che in linea di massima dovrebbe avvenire. […]

2. s. m. Affermazione, proposizione, tesi, opinione che, per il suo contenuto o per la forma in cui è espressa, appare contraria all’opinione comune o alla verosimiglianza e riesce perciò sorprendente o incredibile, oppure determina situazioni di incertezza o di indecidibilità.

a. Nel linguaggio filos. e scient. il termine, usato già anticam. dagli stoici per designare quelle tesi, spec. relative all’etica, che apparivano contrastanti con l’esperienza comune (per es., che il dolore non fosse un male), è oggi adoperato per indicare una dimostrazione che, partendo da presupposti riconosciuti validi, giunge a conclusioni che o semplicemente contrastano con il senso comune, o sono smentite dall’evidenza empirica, o, infine, risultano intimamente contraddittorie: in generale, la ricerca di una soluzione a tali problemi può comportare una revisione dei presupposti (e quindi un progresso della conoscenza), un’analisi critica del metodo di dimostrazione (per accertare, per es., che la contraddizione è solo apparente), o la constatazione della fallacia del senso comune. […]

Nella storia della matematica e della logica, sono stati formulati numerosi paradossi (o antinomie), a partire da quelli classici di Zenone di Elea (sec. 5° a. C.), consistenti in argomenti per assurdo contro l’esistenza del movimento e della molteplicità (e risolvibili sulla base delle concezioni aristoteliche, nonché di alcune nozioni della matematica moderna); p. dell’infinito, quelli risultanti da un primo esame del concetto matematico di infinito attuale, già individuati da Galilei (in partic., la constatazione della possibilità di porre un insieme infinito, quale quello dei numeri naturali, in corrispondenza biunivoca con una sua parte, per es. con l’insieme dei quadrati: entrambi gli insiemi sono infiniti, ma il primo sembra essere molto più numeroso dell’altro), poi affrontati sistematicamente da B. Bolzano (1781-1848), e risolubili quando si distinguano rigorosamente le proprietà degli insiemi infiniti da quelle degli insiemi finiti, il che avvenne definitivamente nella teoria degli insiemi di G. Cantor (1845-1918); di maggior rilievo, perché hanno determinato una revisione dei sistemi logici, sono quelli scoperti o affrontati all’inizio di questo secolo, generalm. suddivisi in p. linguistici (o semantici) e p. logici, i primi caratterizzati dal coinvolgimento di concetti quali quelli di verità, significato, definizione, ecc., e in genere risolvibili con il ricorso alla distinzione tra linguaggio e metalinguaggio (per es., il p. del mentitore, v. mentitore), gli altri relativi alla teoria degli insiemi e alle sue implicazioni logico-matematiche (per es., il p. di Russell, che può essere così enunciato: «l’insieme di tutti gli insiemi che non comprendono sé stessi come elemento comprende o no sé stesso come elemento?»; si verifica che, se tale insieme comprende sé stesso, allora non comprende sé stesso, e viceversa).

b. Nella psicologia del comportamento, si indica con p. pragmatico un tipo di messaggio contraddittorio con il quale, in particolari contesti relazionali, una persona influenza profondamente il comportamento di un’altra (legata alla prima da vincoli affettivi o, comunque, da essa psicologicamente dipendente), e che consiste nel richiedere, a un certo livello della comunicazione, un’azione che contemporaneamente si vieta a un diverso livello (è tale, per es., la richiesta «sii spontaneo»).

c. In senso più generico, affermazione vera o falsa, ma comunque presentata in forma tale da sorprendere il lettore o l’uditore, spesso per desiderio, da parte di chi la enuncia, di apparire eccentrico, stravagante: filosofo, scrittore amante dei p.; i p. di.

d. estens. Fatto, comportamento, circostanza difficili da credere o da comprendere, contraddittorî, assurdi: questa situazione è un vero p.; tutta la sua vita è stata un paradosso.

3. s. m. Con sign. storico-letterario, narrazione di fatti meravigliosi, straordinarî, della natura e della storia, in uso nell’età ellenistica (cfr. paradossografia).

contraddizióne (o meno corretto contradizióne) s. f. [dal lat. contradictio onis, der. di contradicĕre «contraddire»].

  1. a. Il contraddire, il contraddirsi: cadere in c.; cogliere in c.; spirito di c., tendenza abituale e ostinata a contraddire, senza motivo apparente, ciò che altri afferma (o anche ad opporsi, sistematicamente, a ciò che altri vuole o propone). b. Rapporto di opposizione tra due affermazioni, due giudizî, due fatti, per cui uno esclude l’altro o è comunque con l’altro in contrasto: c’è c. fra le vostre dichiarazioni, fra le deposizioni dei testimoni; Né pentere e volere insieme puossi Per la contradizion che nol consente (Dante). Anche, situazione di opposizione, di contrasto: c’è c. tra quello che dici e quello che fai; essere, trovarsi in c., in aperta c. con sé stessi. c. Al plur., le parole, i fatti, le azioni che implicano contraddizione: deposizione, racconto, studio critico, comportamento, carattere pieno di contraddizioni; i tuoi ragionamenti sono tutti una serie di contraddizioni; la sua vita è stata sempre un seguito di contraddizioni.
  2. In filosofia, rapporto di antitesi vigente tra un’affermazione e una negazione di egual concetto ed egual predicato; l’incongruenza, rilevata dapprima a carico del discorso e imputabile al parlante, è stata poi estesa, più o meno metaforicamente, alla realtà, per lo più storica e sociale. a. Nella logica aristotelica, principio di c. (anche detto, impropriam., principio di non c.), fondamentale principio della logica dianoetica per il quale non è possibile opporre due proposizioni di cui una asserisca e l’altra escluda un nesso fra una sostanza e un attributo (se A è B, non è vero che A non è B, e viceversa). b. Nella logica scolastica, c. nell’attributo (lat. contradictio in adiecto), contraddizione che ha luogo quando si qualifica il soggetto con un attributo che è senz’altro escluso dalla natura stessa del soggetto (per es., sfera cubica, animale inorganico, ecc.); c. formale, o c. in termini (lat. contradictio in terminis), contraddizione che ha luogo quando le due proposizioni o nozioni sono formalmente espresse (l’anima è spirituale, l’anima non è spirituale; con altro sign. nell’uso com. è detta c. in termini la situazione che si verifica quando le parole stesse di una proposizione sono tra loro in contrasto semantico, o anche, talora, etimologico, come per es. ascoltare il silenzio, un illustre ignoto, una brutta calligrafia); c. materiale, o implicita, quella esistente fra due giudizî a diverso predicato, di cui però uno invalida l’altro (esiste Dio, non esiste che la materia eterna). Nella tradizione della logica scolastica l’aristotelico principio di contraddizione è stato fuso con il principio d’identità nella formula principio d’identità e di non c. con significato analogo a quello aristotelico, anche se nel pensiero aristotelico il primo sarebbe principio noetico (intuizione intellettuale unitaria di qualsiasi realtà determinata) e il secondo principio dianoetico, cioè del discorso. c. Nella filosofia hegeliana, c. dialettica, l’essenza vista come unità del positivo e del negativo posta a fondamento, necessariamente, di ogni determinazione intellettuale nel razionale e perciò nel reale, difficile da scorgersi nell’immediato ma che si mostra attraverso la mediazione concettuale in ogni rapporto, e che, lungi dall’essere paralizzante aporia, è il momento centrale della risoluzione dell’opposizione. d. Nel pensiero marxista, c. reale, l’opposizione tra capitale e lavoro, o anche tra la sfera della produzione e quella della circolazione, che la società capitalistica presenterebbe in guisa tale da farla risultare insanabile; si tratta quindi di opposizione tra forze sociali costituite all’interno di una formazione unitaria, il capitalismo, che, lungi dal risolverla, la riproduce continuamente aggravata. Questa nozione è stata variamente ripresa nel pensiero sociologico e nel linguaggio giornalistico (le c. sociali, le c. della società industriale, ecc.) per riferirsi ai ritardi o anche ai fenomeni deteriori che accompagnano lo sviluppo e che sembrano limitarne la portata fin quasi a contraddirlo.
  3. ant. Resistenza, ostacolo, opposizione in fatti: in braccio recatalasi, senza alcuna contradizione di lei, con lei incominciò amorosamente a sollazzarsi (Boccaccio).

Per il prossimo incontro trovate nel sito il racconto di Calvino “Il fischio del merlo”, tratto da Palomar.

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4 commenti on “Laboratorio pensiero debole – secondo incontro”

  1. Giovanni ha detto:

    Quello che mi colpisce è come Calvino riesca a individuare in una scenetta di poche pagine la paradossalità e drammaticità dell’esistenza.
    Per Palomar vedere il seno nudo di una donna ripaga il vuoto della sua giornata al mare. Egli però di fronte a ciò è impotente, e viene per sempre ferito dal continuo senso di scacco che l’esistenza riserva all’uomo.
    Anch’io penso che Palomar di fronte al seno nudo della donna ha un vissuto “filosofico” nel senso che egli capisce che il seno nudo rappresenta il senso di “regime ” che la società impone all’uomo.
    Vedendo il seno nudo Palomar scopre, o si ricorda, di quanto impellenti siano le convenzioni e i tabù della società.

  2. Rudi Laco ha detto:

    ciao a tutti,vorrei condividere con voi parte di un testo del” Manganelli”che suggerisce uno spazio comunicativo al di là della comunicazione espressa e che risiede all’interno degli interlocutori.Egli si riferisce alla carta stampata,ma trovo un analogia alla lingua parlata.

    “…E’ inganno tipografico,che una pagina abbia lo spessore esiguo su cui,su entrambi i lati si stampa.Direi che la pagina comincia da quella esigua superficie in bianco e nero ,ma si dilunga e si dilata e fa bitorzoli e cola fuori dai margini…
    …..Il lettore , e sopratutto il rilettore attento,non ignora che una pagina,una riga,una parola è un gran suono dentro di lui,un rintocco cui offre i suoi nervi,gli anfratti anonimi,le latebre latitanti e tenebrose.Una parola violentemente scardina i silenzi acquamarini del profondo e ne desta squame di pesci,squali,scheletri di navi coralli,fosforescenze…..
    ……Da una sillaba all’altra procede ,affranto pellegrino ,il lettore;unico che tenga assieme la dispersa famiglia delle parole,che lo frastornano,lo invadono,lo occupano e trasformano……
    …..Infiniti disegni disegna la pagina scritta dentro il contenitore di parole,il lettore….
    ….Questa sorta di commentatore non parlerà delle parole che si leggono,ma di tutte quelle che vi si nascondono;giacchè ogni parola è stata scritta in un certo punto per nascondere altre innumerevoli parole…….
    …..Compito del lettore è sapere quali parole nasconda una parola e quali uno spazio bianco;e viceversa.”
    Durante l’ultima occasione di incontro mi sono chiesto in che modo il linguaggio da noi adoperato sia violento,cosa si intenda per violenza e se ne sono consapevole.
    Perchè-cosa comunicare?come comunicare?
    Resisterò a darmi delle risposte che riguardino altro che non sia il come.
    C’è anche una poesia di montale che mi fa riflettere:

    Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
    l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
    lo dichiari e risplenda come un croco
    perduto in mezzo a un polveroso prato.

    Ah l’uomo che se ne va sicuro,
    agli altri ed a se stesso amico,
    e l’ombra sua non cura che la canicola
    stampa sopra uno scalcinato muro!

    Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
    sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
    Codesto solo oggi possiamo dirti,
    ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

    Mi sono fatto una lista di cosa vorrei tenere presente durante la comunicazione:
    -Affidarsi,a se, all’altro e alla diversità.
    -Disappropriarsi dell’idea,essa nasce in un contesto e ne è figlia.
    -Non avere fretta,non dire ciò che è nascosto in attesa di svelarsi.
    -Accettare che qualunque obiettivo è personale e passeggero.
    -Perseguire comunque il proprio obiettivo-desiderio

    (viene fuori PANDA :D…involontario)
    Cosa ne pensate?

    • Rudi Laco ha detto:

      …all’interno degli interlocutori.L’autore si riferisce alla carta stampata…..
      perso un pezzo all’inizio

      • Rudi Laco ha detto:

        E’ inganno tipografico,che una pagina abbia lo spessore esiguo su cui,su entrambi i lati si stampa .Direi che la pagina comincia da quella esigua superficie in bianco e nero ,ma si dilunga e si dilata e fa bitorzoli e cola fuori dai margini…
        …..Il lettore , e sopratutto il rilettore attento,non ignora che una pagina,una riga,una parola è un gran suono dentro di lui,un rintocco cui offre i suoi nervi,gli anfratti anonimi,le latebre latitanti.Una parola violentemente scardina i silenzi acquamarini del profondo e ne desta squame di pesci,squali,scheletri di navi coralli,fosforescenze…..
        Scusate…farò più attenzione la prossima volta


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