Laboratorio pensiero debole – Terzo incontro

LABORATORIO PENSIERO DEBOLE

Coordinatrice: Annalisa Decarli

Interviene: Stefano Tieri

Partecipanti:

  • Pier Aldo
  • Guido
  • Osama
  • Gloria
  • Erica
  • Federica
  • Selene
  • Stefano
  • Barbara
  • Antonella
  • Rudi
  • Giovanni
  • Roberto

Terzo incontro – domenica 12 febbraio 2017

Si propone la lettura condivisa del racconto di Italo Calvino “Il fischio del merlo”, tratto dalla raccolta Palomar. Quindi i partecipanti sono invitati a formulare in forma interrogativa i pensieri e le suggestioni suscitate dalla lettura.

  1. Mi chiedo se il tema trattato sia quello dell’ambivalenza o dell’insicurezza implicita nell’ambivalenza. Resistere alla VERITÀ: trattenere il desiderio di dire qualcosa, che ha il doppio valore di precisione, classificazione della verità, ma anche di essere una presenza (piccolo fenomeno) (Rudi)
  2. Le occasioni mancate sono il motore della conoscenza? (Pier Aldo)

VITA → Serie di occasioni mancate → Angoscia (paralizzante)

→ Scacco / fallimento (Giovanni)

→ Catturare l’indefinito – apprendere attraverso l’esperienza (Barbara)

Automatismo nella comprensione frettolosa → Rallentare!

(Non mancare le occasioni è smettere di avere fretta di capire)

  1. Il silenzio può essere considerato come il vuoto da cui nascono le cose e le possibilità? (Selene)
  2. Il silenzio è il non-pensato o è l’atto di nascita della parola? C’è una natura paradossale nel linguaggio per cui il non detto è la parte che forse ha potenza di azione pari se non superiore all’esplicito? (Guido)
  3. È giusto antropomorfizzare gli animali? (Stefano)

Proponendo la scala gerarchica Dio – Uomo – Animale, si ipotizza che lo SCACCO stia nel RICONOSCIMENTO DELLA RESPONSABILITÀ.

Il valore del silenzio emergerebbe dall’osservazione dell’animale.

Ci sono anche silenzi che sono atti di violenza e di potere.

Emerge la questione che il silenzio non sia esterno al linguaggio, che sia un modo di parlare. Ci sono molti modi di praticare il linguaggio, uno abolendo le pause, l’altro silenzioso. Nel racconto, la moglie esprime la propria soggettività interrompendo il silenzio del Signor Palomar (in modo velatamente critico rispetto alla sua inattività). Palomar è una sorta di caricatura del filosofo pensante, in atteggiamento fenomenologico, mentre la moglie assume un atteggiamento naturale.

Ci si chiede: Tutto è linguaggio? Lacan, ad esempio, considerava che il linguaggio non ospitasse il non-verbale. La vague debolistica degli anni ’70 si rivolgeva contro questo tipo di linguistica totalizzante (ad esempio lo strutturalismo).

Il silenzio è il limite del linguaggio? (Wittgenstein)

Secondo Rovatti il silenzio non è un limite, è un esercizio.

Selene sostiene che apra le porte ad altro, ad esempio le immagini.

Ma, anche il pensiero si serve del linguaggio per prendere forma.

Il fischio del merlo è un significante

È il linguaggio che parla al posto nostro (Lacan)

Siamo imprigionati nel simbolico?

Attraverso l’immagine, possiamo liberarci del linguaggio simbolico?

E quale linguaggio?

Ci sono diversi livelli di verbalità, la verbalità di ordine letterario che usa Calvino ci allontana o ci avvicina a rispondere ad alcune delle occasioni mancate? E il linguaggio letterario, se lo confrontiamo con il linguaggio apodittico a cui mira la filosofia, è un vantaggio o uno svantaggio, oppure talora un vantaggio e talora uno svantaggio? E tutto ciò che cosa ha a che fare con il pensiero debole?

Il pensiero debole valorizza questo tipo di comunicazione letteraria. Attraverso la narrazione pseudofilosofica passa un silenzio paradossale. Per dire che cosa è l’epoché, dobbiamo passare, come dice Husserl, attraverso una “strenge Wissenschaft“, una scienza rigorosa. E se, per avere un’idea rigorosa di sospensione del giudizio, o epoché, noi dovessimo ascoltare i merli che fischiano? Questa è la provocazione di questo testo: queste pause producono uno spaesamento, un effetto di straniamento. Per fare epoché serve un esercizio di spiazzamento: il Signor Palomar che ascolta il fischio del merlo, anziché badare alle incombenze quotidiane concrete, è spaesante, qualunque cosa voglia dire, anche se non arriviamo a capire che cosa vuole dire. L’effetto di straniamento è una conversione.

Ci si chiede se sia un passaggio attraverso il vuoto, Rovatti ritiene che più che un vuoto sia un pieno di sensazioni. Noi siamo nell’epoca dell’horror vacui, il vuoto ci fa paura e cerchiamo di saturarlo in ogni modo (ad esempio con tutti i mezzi di comunicazione).

L’epoché è una sospensione del senso comune. In realtà è il dubbio, la filosofia si è sempre nutrita della parola dubbio, ora va messa alla prova. Non ne abbiamo abbastanza dubbi, nella quotidianità siamo piuttosto abitudinari, e il dubbio comporta un piccolo passaggio nell’insensatezza. In fondo la fenomenologia dice: spostiamo lo sguardo, adottiamo uno sguardo laterale. Svalorizzare il proprio sguardo è un atteggiamento ironico.

Fra l’altro, il senso comune non è stabile, si trasforma nel tempo. E un nuovo senso, se ha senso, può andare a sostituire quello superato. Il senso è alimentato dal non-senso, in un gioco dialettico. Sulla soglia c’è un rischio, non ci si può stare sempre, pena la rinuncia a vivere. L’epoché avviene attraverso delle sospensioni, una sorta di svuotamento.

Linguaggio narrativo / filsofico → sospensione del senso comune

effetto di straniamento

DUBBIO

SOGLIA

Nella logica onnicomprensiva c’è un errore, che impedisce il pensiero. Eventualmente, possiamo dire “Non tutto è linguaggio”. I linguaggi sono tanti, anche la musica è un linguaggio. Il linguaggio è anche il corpo. Il problema è la definizione, attraverso una negoziazione.

Siamo certi che il linguaggio del corpo (immediato) è meno chiaro del linguaggio della parola?

Il linguaggio è elaborazione. L’elaborazione verbale di una sensazione porta all’autoinganno.

Nel silenzio ci sta tutto il linguaggio che non è espresso con la parola.

L’ambiguità è molto connaturata a ogni linguaggio.

Ma il tipo di ricerca che stiamo facendo noi nella Scuola ha molto a che vedere con la parola, ecco perché abbiamo bisogno di quel lessico comune che ci permetta di lavorare con la parola e sulla parola.

L’invito è sempre quello di alimentare questo dialogo attraverso il blog.

Il prossimo incontro del Laboratorio sarà domenica 12 marzo.

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4 commenti on “Laboratorio pensiero debole – Terzo incontro”

  1. Giovanni ha detto:

    Condivido l’osservazione che ascoltare il fischio del merlo rappresenti per il signor Palomar un momento “fenomenologico”. All’interno di un pomeriggio arido e sterile esso gli apre uno scenario “diverso” che rimanda a qualcosa di “altro”, di non presente direttamente.
    Mi viene in mente anche Heidegger e la sua nozione di “aletheia”. La verità non è qualcosa di astratto e metafisico ma qualcosa che si svela in maniera spesso inaspettata.
    Il fischio del merlo allevia l’angoscia esistenziale del signor Palomar ma esso lo sorprende e lo stupisce facendo spostare la sua attenzione su qualcosa di non immediatamente fruibile. In questo senso penso che ascoltare il fischio del merlo rappresenti per il signor Palomar qualcosa di simile all'”epochè” husserliana.

  2. Rudi Laco ha detto:

    Caro Giovanni,sono in parte d’accordo con te,ma non condivido gli aggettivi “arido e triste ” del pomeriggio di Palomar.La mia impressione è che nella prima parte del racconto il protagonista sia in uno stato di immersione,fecondo,quasi indifferenziato all’interno di un contesto vitale e rumoroso di cui si fa testimone.Da questo stato gradualmente si differenzia,si “separa”entrando in se(nel silenzio interiore? ).
    Dalla moltitudine dei versi emerge ora il merlo che addirittura “lo chiama”,lo riporta alla realtà.
    Dall’indifferenziato al due,dalla coppia di merli alla coppia equivalente umana.
    E pare che vi sia riflessa,all’interno della coppia ,la nostalgia della separazione,di una distanza incolmabile, dall’uno all’indifferenziato,distanza che il due non potrà mai colmare.
    Ora che c’è la separazione non si sa più come tornare allo stato indifferenziato.
    Il linguaggio come paradosso o contraddizione?,nel momento della sua espressione ci differenzia,separa dalla natura(io ,ancora ,sono).Allo stesso tempo il suo scopo sarebbe quello di raggiungere l’altro,diminuire quella distanza incolmabile di cui è artefice.
    Il linguaggio ha in se il silenzio,l’attesa o la fine,che è silenzio pieno(di senso) perchè qualificato come distanza tra due suoni.
    Il silenzio però non è assenza eterna di suono,e neppure confusione eterna.
    C’è solo speranza ,che allevia l’angoscia,per Palomar che si affida al fischio del merlo come a interrogarlo nella “reciproca” perplessità,sospesi sull’abisso(non senso)
    Mi chiedo cosa sia la fretta…se abbia a che fare con la violenza,se Palomar sia un violento….se io lo sono allo stesso modo.

    Dobbiamo permettere alle cose di rivelarsi seguendo il proprio corso quieto e indisturbato,in una crescita che viene dal profondo e che non può essere spinta o affrettata in nessun modo.
    Ogni cosa porta in se la vita …e poi la fa nascere.
    Come l’albero che non accelera la propria linfa e ,tranquillamente , resta in piedi nella tempesta di primavera senza aver paura che non arrivi l’estate.
    Ed eccola arrivare…ma arriva soltanto per chi è paziente ,per chi vive come se affrontasse l’eternità senza preoccupazione,quieto e grande.
    Dobbiamo essere pazienti con ciò che rimane non risolto nel nostro cuore e provare ad amare le domande per se stesse come camere chiuse a chiave e come libri scritti in un’ oscura lingua straniera.
    Tutto dipende dal vivere questo completamente.
    Se vivremo le domande come sono,forse,gradualmente,senza accorgercene,in un giorno che ancora non conosciamo,potremo vivere dentro le risposte.
    Ranier Maria Rilke

  3. Rudi Laco ha detto:

    :…non so perchè ma quando pubblico mi riformatta in parte ciò che scrivo e taglia della parole…sarà perchè uso linux?non è la prima volta,mi dispiace,si può fare qualcosa?

  4. Giovanni ha detto:

    Grazie, Rudi, delle gentili precisazioni.
    Grazie soprattutto del riferimento circa l'”abisso” paradossale a cui ci affida il linguaggio. Per Palomar il fischio del merlo è come un ponte gettato verso ciò che sembra inattingibile, un elemento di tensione che rimanda a ciò che è desiderato ma che è comunque “altro”.


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