Cinema Pasolini

L’attività della Scuola nei prossimi tre sabati di lezione sarà arricchita dalla presentazione e proiezione di tre film di Pasolini, in preparazione al prossimo appuntamento del Cantiere “Politiche del pensiero: verso un’etica minima?” che sarà interamente dedicato a Pasolini. Ci incontreremo nella Casa dello studente presso l’ex Ospedale militare (via Fabio Severo 40) dalle ore 21 alle 23.30.

Sabato 26 gennaio, ore 21

Alessandro di Grazia farà una breve presentazione dell’iniziativa; seguirà l’introduzione al film Teorema a cura di Alessandro Mezzena Lona, che sarà nostro ospite nel cantiere “Politiche del pensiero” il 23-24 febbraio.

Teorema è uno dei film più enigmatici, provocatori e perturbanti firmati da Pier Paolo Pasolini. Girato nel 1968, proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia (dove vinse tre premi compresa la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile di Laura Betti), bersagliato dalla censura e dal Vaticano che lo definì “inammissibile film”, parte da un’asserzione. Quella di raccontare la borghesia, e i suoi riti privi di significato perché desacralizzati dal consumismo sfrenato, nel momento in cui le giornate tutte uguali della famiglia di un industriale vengono scompaginate dall’arrivo di un ospite misterioso. Il passaggio del giovane vestito di bianco, che ha il volto dell’attore britannico Terence Stamp, cambierà per sempre il senso delle loro vite.

Sabato 9 febbraio, ore 21: Comizi d’amore, introdotto da Andrea Muni.

L’oscillazione che quest’anno dà il titolo alla Scuola di Filosofia non indica un andare e venire, un ignavo stare un po’ di qua e un po’ di là. “Oscillare” è piuttosto una parola che ci invita alla missione impossibile di prendere contemporaneamente entrambe le strade di un bivio, che ci sfida a sdoppiarci, a essere l’ “incrocio”, lo snodo di due strade apparentemente incompossibili. In questo senso la lezione di Pasolini è fondamentale, non solo per quello che ci ha insegnato a proposito del ruolo dell’intellettuale critico all’interno della società (ruolo che deve essere, in primo luogo, di ascolto e quindi di messa in dubbio dei propri presupposti intellettuali e di classe), ma anche e sopratutto perché rappresenta un esempio maestoso di questo preciso tipo di oscillazione.

Nonostante sia stato il primo a denunciare la mutazione antropologica del popolo italiano, e nonostante fosse forse il massimo esponente della cultura “alta” del suo tempo, Pasolini non ha mai smesso di vedere nella cultura popolare un mondo “altro”, parallelo, che egli amava visceralmente e per cui nutriva un rispetto quasi religioso.

Nella visione di Comizi d’amore potrebbe essere particolarmente interessante concentrarsi proprio sulla figura dell’ “intervistatore Pasolini”, sulla sua capacità di farsi da parte, di mettersi in ascolto, persino dei discorsi più spiacevoli e disturbanti della gente rispetto al sesso, ai sentimenti, alla famiglia. Un ascolto che non è mai autocompiaciuto, che non esclude affatto che l’intervistatore dissenta e discuta con l’intervistato, ma che al contempo manifesta sempre un rispetto genuino per le opinioni “basse” degli incolti, degli ignoranti e dei violenti cui dà liberamente la parola. Un ascolto sincero della brutalità e dell’ignoranza, che ci testimonia sia la incredibile capacità autocritica di Pasolini, sia il suo sforzo di tenere insieme, di non considerare alternative, la cultura alta e la cultura popolare. Un’oscillazione pericolosa, vertiginosa, che certamente non ha fatto bene a Pasolini (nel senso che non gli ha permesso di vivere tranquillo), costringendolo a denunciarsi, e a denunciare la grettezza, il disinteresse, il disprezzo di un’intera classe intellettuale nei confronti di quel popolo che, pure, desiderava ardentemente educare.

Oggi come allora è quanto mai necessario – all’alba di una nuova mutazione, che siamo ancora lontani dall’aver circoscritto – che la cultura e il mondo intellettuale ritrovino il gusto “masochista” di questa oscillazione, per ritrovare così forse anche la loro unica vera utilità e vocazione politico-sociale: essere una cerniera tra la cultura “alta” e la cultura popolare, un ponte capace di ridurre il vero e proprio abisso che si è scavato negli ultimi decenni tra le persone comuni e il mondo della cultura.

Comizi d’amore è un’indagine culturale che ancora oggi, a distanza di cinquantacinque anni, può essere guardata con interesse e curiosità da una pensionata con la terza media, da un ragazzo di quarta superiore, da un idraulico, da una giovane immigrata, da un medico e/o da una giovane intellettuale. Un film che unisce, che obbliga delicatamente all’ascolto e al rispetto del diverso, un diverso che forse – per ragioni di cui potremmo discutere nel dibattito – andiamo a volte a cercare troppo lontano, troppo diverso, magari per evitare di oscillare noi stessi e riconoscere la disumanità e la grettezza che imputiamo al popolo italiano nei nostri stessi automatismi più inavvertiti, nella chiusura mentale delle nostre opinioni più sacre e radicate.

Da intellettuale borghese, da omosessuale e da progressista Pasolini non poteva che vedere di buon occhio i primi faticosi passi del popolo italiano in direzione di una liberazione della sessualità, ma al contempo egli non poteva far finta di non vedere anche le inquietanti ricadute intime, personali e psicologiche di questo progresso calato dall’alto sulle persone “infami”, comuni. Pasolini non poteva far finta di non vedere – perché questi infami, lui, li rispettava, li ascoltava – le cause politico-economiche (e gli inattesi contro-effetti) di una “liberazione” pilotata, di cui il popolo italiano stava beneficiando del tutto passivamente. Insieme alle imprescindibili conquiste civili introdotte dalla liberazione sessuale nell’Italia del boom (non ultima quella dei diritti delle donne), nelle vene del popolo italiano, nel suo modo concepire l’erotismo e di vivere i sentimenti, hanno infatti cominciato a scorrere anche degli elementi nocivi, consumistici, selvaggiamente capitalistici (per chiamarli col loro nome). Mettere a tema questo paradosso, affrontarlo criticamente, non fare ideologicamente finta fosse tutto rose e fiori, è esattamente l’oscillazione critica cui Pasolini si è sottoposto, la stessa a cui ci invita nella visione di questo film.

Comizi d’amore ci invita a riscoprire il gusto sincero dell’ascolto di quell’umanità “infame” (di cui, chissà, in fondo tutti facciamo un po’ parte) che nel grande libro della storia non ha voce né udienza. Un’umanità i cui corpi ricevono passivamente l’iscrizione della cultura “alta” e di un “progresso” che faticano a capire, digerire, cicatrizzare nella propria vita e nei propri rapporti quotidiani. Un’umanità “infame” che forse, proprio per questo, rappresenta ancora oggi una risorsa preziosa per riflettere da un’angolazione differente sulle falle consumistiche e autoimprenditoriali di un mondo, il nostro, che pur non essendo tutto da buttare, ormai quasi nessuno riesce più a considerare come il migliore dei mondi possibili.

 

 

Sabato 23 febbraio, ore 21 Medea sarà introdotto da Alessandro Di Grazia.

 

 

 

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Sconfinamenti parla della Scuola

Il programma di Radio Rai FVG Sconfinamenti, diretto da Martina Vocci, ospita Pier Aldo Rovatti a parlare della Scuola di filosofia di Trieste, giunta al suo terzo anno. Perché è nata una scuola di questo tipo? A chi è rivolta? Cosa significa “mettersi in gioco”?
La puntata è andata in onda l’11 novembre 2015.

 


I corsi della Scuola: presentazione in libreria

Come forse avrete visto, venerdì 13 novembre abbiamo presentato i corsi della Scuola di filosofia alla libreria Dedalus. La serata è andata molto bene, la libreria era gremita e l’atmosfera piacevole e rilassata.

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Chi non è potuto venire trova qui il file audio della presentazione. Leggi il seguito di questo post »


La Scuola si presenta…

Venerdì 13 novembre presenteremo il programma della Scuola di filosofia di quest’anno. Saranno presenti tutti i responsabili dei corsi, per cui se avete domande da fare, dubbi da chiarire, se volete sapere che faccia abbiamo, oppure incontrare persone che hanno già frequentato la Scuola negli anni passati, non perdetevi questo appuntamento.

Ci vediamo allora venerdì 13 novembre alle 18 nella nuova sede (vedi foto) della libreria Dedalus, in via Torrebianca 21 a Trieste.

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Le trasformazioni dell’idea di soggetto

Da martedì 19 maggio, Pier Aldo Rovatti terrà una serie di lezioni su “Le trasformazioni dell’idea di soggetto”.

La prima parte del corso ha come titolo “Cartesio rovesciato” e prende in considerazione alcuni aspetti del pensiero psicanalitico (Freud e Lacan) con riferimento particolare alla questione dell’inconscio, e inoltre discute come Foucault (cfr. Storia della follia) rovescia il cogito cartesiano.
Nella seconda parte viene discussa la critica a Cartesio svolta da Husserl (cfr. Crisi delle scienze) e il tema connesso del paradosso della soggettività, nonché alcuni sviluppi post-fenomenologici con specifico riferimento a Merleau-Ponty.

Le lezioni (nell’ambito della magistrale di psicologia) si svolgeranno a Trieste, nell’aula B della palazzina O (via Weiss, Parco di San Giovanni, di fronte al Dipartimento di salute mentale).
Le lezioni proseguiranno i giorni 20, 21, 26, 27, 28 maggio sempre alle ore 11.


A partire da Foucault: presentazione dei corsi 2015

Martedì 25 novembre, alle ore 18, presso la libreria Ubik di Trieste (galleria Tergesteo, piazza della Borsa) presenteremo il programma 2015 della Scuola di Filosofia di Trieste.

Il nuovo anno della Scuola di Filosofia è dedicato al tema “Saperi e poteri. Strumenti per un pensiero critico”. I corsi, le conferenze e i laboratori lo affronteranno da una pluralità di prospettive con un particolare riferimento alle ipotesi elaborate da Michel Foucault, ma rivolgendosi soprattutto all’attualità. Quale è l’idea di verità che circola oggi nelle nostre pratiche (dalla scuola alla salute mentale)? Le pratiche del sapere hanno davvero una loro autonomia rispetto alle pratiche del potere?

Il programma della Scuola verrà presentato e discusso da MARIO COLUCCI, RAOUL KIRCHMAYR e PIER ALDO ROVATTI a nome del Laboratorio di Filosofia Contemporanea di Trieste.


“Un poco di ossigeno”

Domenica 11 maggio, alle ore 15, presso la Direzione del Dipartimento di salute mentale (parco di San Giovanni, via Weiss 5), si terrà un incontro pubblico sull’esperienza della Scuola di filosofia di Trieste. I corsisti e i coordinatori dei corsi appena conclusi discuteranno sui risultati ottenuti, sui problemi che si sono presentati e sui progetti per il prossimo anno.

La Scuola (organizzata dal Laboratorio di filosofia contemporanea e dalla redazione della rivista “aut aut”, con il patrocinio del Comune e della Provincia di Trieste) ha dato vita a nove corsi con il titolo complessivo “Soggetti smarriti”, nei quali si è parlato delle attuali amnesie culturali, del ruolo fantasmatico della figura paterna, della società della “valutazione”, del problema dell’alterità nei romanzi di Coetzee, di Pasolini e la “mutazione antropologica”, dell’importanza della “scrittura di sé”, del soggetto “psi”, della sovversione teorica proposta da Deleuze, del significato delle “pratiche filosofiche”: il tutto attraverso un continuo confronto con gli ottanta corsisti che hanno partecipato attivamente all’iniziativa e nel contesto di un’esperienza concreta di esercizio critico della filosofia intesa come esigenza civile al di là di ogni chiusura specialistica.

Il titolo dell’evento conclusivo (“Un poco di ossigeno”) è stato suggerito dai corsisti stessi, buona parte dei quali provenivano da realtà anche molto diverse dai luoghi deputati della filosofia in senso stretto. Dopo la relazione introduttiva (tenuta da Pier Aldo Rovatti) prenderanno la parola alcuni dei corsisti e alcuni di coloro che hanno tenuto i corsi di questa prima fase: è prevista la presenza di Sergia Adamo, Damiano Cantone, Mario Colucci, Giovanna Gallio, Raoul Kirchmayr e del gruppo dell’Osservatorio critico sulle pratiche filosofiche (Pierpaolo Casarin, Annalisa Decarli, Alessandro Di Grazia e Silvia Bevilacqua).