Laboratorio pensiero debole – sesto incontro

 

Coordinatrice: Annalisa Decarli

Intervengono: Pier Aldo Rovatti, Vincenza Minniti, Stefano Tieri

Partecipanti:

  • Guido
  • Roberto
  • Barbara
  • Giovanni
  • Carla
  • Alberto
  • Brunella
  • Cristina

Sesto incontro – domenica 7 maggio 2017

In seguito alla lezione sul pensiero debole, si riscontra una convergenza fra le parole chiave emerse nel nostro incontro precedente e quelle indicate da Rovatti. Il discorso sull’epoché era stato rinviato ai chiarimenti di Rovatti e, cogliendo l’occasione del Laboratorio congiunto, si riparte dal discorso sulla metafora.

METAFORA → ambiguità necessaria all’apertura di senso

Quali i CRITERI orientativi per evitare il calderone culturale e il relativismo assoluto?

C’è è una BUONA METAFORA? Chi giudica?

→ La prova dei fatti / la realtà

→ L’autorevolezza

BUONA METAFORA → seduce, affascina

→ costitutiva del linguaggio

→ comunicazione – comprensione

→ rende parte della natura → fuori da te

                                       → esce da

                                       → spostamento* / viaggiare

→ artificio (Heidegger)

→ verità? → PARADOSSO

                                       → TRASFORMAZIONE

 

*Etimo: dal lat. metaphŏra, gr. μεταϕορά, propr. «trasferimento», der. di μεταϕέρω «trasferire» [http://www.treccani.it/vocabolario/metafora/]

La metafora è costitutiva del LINGUAGGIO – Ha a che fare con la COMPRENSIONE.

BUONA METAFORA → Molto studiata negli anni ’70 del Novecento – Autore di riferimento: Paul Ricoeur, La metafora e il linguaggio, Mimesis.

Persino la scienza, che dovrebbe rifuggire dalla metafora, la riqualifica con Kuhn.

Sillogismo in erba → Bateson

La metafora è un VEICOLO

La metafora semplificatoria è inutile.

C’è un fondo di verità, ma non apre a nulla (Heidegger)

Il populismo è una semplificazione.

La METAFORA MORTA si riduce al suo significato (Umberto Eco)

La METAFORA VIVA è un’apertura di senso (Ricoeur)

→ un CAMBIAMENTO DI DISCORSO

 

Parola = parabola (Bartezzaghi) → paragonare

 

Fondo minimo etico → Gli uomini sono tutti moralmente uguali?

Non usare gli altri come mezzo ma come fine (Kant)

ETICA → Costruire UNITÀ attraverso le DIFFERENZE mantenendo le differenze

La metafora che funziona mette insieme cose diverse

Non siamo attrezzati → monismo del pensiero

Come stanno insieme le persone attraverso le loro palesi differenze?

Attraverso la metafora si può costruire un’unità.

Svelamento (non-nascondimento) = disarmare la Verità del valore assoluto.

 

Il PENSIERO DEBOLE è una questione di stile, di postura.

Differenze fra il pensiero debole di Rovatti e quello di Vattimo

Vattimo: visione ONTOLOGICA

Rovatti: visione FENOMENOLOGICA

 

POLITICO: Che tipo di modalità attraversa l’esperienza?

DIFFERENZE → ACCOGLIENZA / COMPRENSIONE – NON COMPASSIONE

Comprensione → una forma di pensiero critico diversa

 

EPOCHÉ

Chi giudica quando è il momento di sospendere il giudizio (l’attività di coscienza) e quando di sospendere la sospensione?

Noi siamo post-fenomenologi. Heidegger dice che la faccenda degli eide è la cosa più importante. Rovatti ha qualche dubbio sull’essenza, neppure l’epoché trascendentale è sufficiente; la regressione è ab infinitum. È un’opus, un’oprea, un esercizio che si fa. Nella misura in cui si riesce a farlo, ne risulta un rapporto diverso, un andare verso qualcosa che non è ciò verso cui sembrava ci si muovesse prima. Una DIVERSITÀ DI SGUARDO che ci porta a delle scoperte, alla messa in dubbio del modo abituale.

L’intenzionalià è importante.

INTENZIONALITÀ (Husserl) → INCONSCIO (FReud)

Freud pensa che ci sia un fondo della soggettività che è il soggetto inconscio.

Husserl pensa che in fondo noi abbiamo una operatività logica anche quando non lo sappiamo

C’è un passaggio, che può esserci o non esserci, che può funzionare o non funzionare.

Un LAVORO SU DI SÉ che non è scontato

→ presa diretta sulla realtà

→ interruzione

→ formazione morale

→ caso / fortuna

 

Lavoro mai definitivo, sempre temporale: non si possono giustificare tutte le abitudini.

C’è un IMPOSSIBILE, direbbe Derridà, che mette in questione le abitudini. Però questo impossibile è importantissimo, è quello su cui si cambia una situazione.

È un passaggio, che può esserci o non esserci, che può funzionare o non funzionare.

Chiarisce un poco l’immagine di te stesso

Husserl crede cha sia possibile fare epoché → ci si deve provare

EPOCHÉ → tendenza / ingenuità consapevole

Ma non ci entri per una porta filosofica, ci entri per una PORTA ESISTENZIALE a partire dalla tua esperienza: lì hai bisogno di uno SCARTO. Ma il tempo dell’epoché è sempre più stretto, con la frenesia della società attuale.

Nell’epoché si entra e si esce.

Questione fondamentale: sei disposto a cambiare completamente il tuo punto di vista? Sei capace di guardare l’altro?

EPOCHÉ = GUARDARE SE STESSO CON LO SGUARDO DELL’ALTRO

Ci sono anche gli altri:

per Husserl l’epoché è solipsistica: una volta che ho capito chi sono, posso capire gli altri

per Rovatti l’epoché ha a che fare con gli altri

SOSPENSIONE – PUDORE – SILENZIO – SGUARDO INGENUO

Come nello Zarathustra nietzsceano, il fanciullo è la terza delle metamorfosi, si diventa fanciulli (si veda il saggio Guardare ascoltando) → lo sguardo ingenuo si deve conquistare: INGENUITÀ CONSAPEVOLE

L’esperienza del pensiero debole rende intenzionalmente ingenui e ironici

 

 

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Laboratorio pensiero debole – quinto incontro

 

Coordinatrice: Annalisa Decarli

Interviene: Stefano Tieri

Partecipanti:

  • Guido
  • Rudy
  • Giovanni
  • Selene
  • Federica

Quinto incontro – domenica 23 aprile 2017

Il desiderio di ragionare trasversalmente sugli argomenti trattati nelle lezioni è molto forte e, sebbene dimezzati dalla concomitanza dell’incontro con il ponte del 25 aprile, i partecipanti chiedono di riprendere il dialogo da alcuni nuclei concettuali che ritengono rilevanti per il pensiero debole.

Si tematizzano RUMORE / EPOCHÉ – tenendo presente la questione del FALLIMENTO.

→ valore: – gnoseologico

– etico

→ silenzio

Pensiero debole e vita quotidiana → esercizio, che implica:

ascolto attivo → silenzio → apertura

→ relazione / relazionarsi

stile (non modello)

sensazioni → percepire con tutto se stesso (fisicità + mente)

epoché → implica fallimento → l’importante sta nella parentesi (Guido)

messa in gioco → senso di fallimento (Rudy)

  • violenza del linguaggio (categorie di estremi)
  • esternarsi dall’esperienza di una verità
  • dal meccanismo azione/reazione al “mordersi la lingua”: pausa/sospensione
  • il pensiero debole porta con sé parte dell’umano
  • pretesa di Verità → tentativo di dominio
  • dialogo → parlare di sé

dall’esperienza alla parola (Federica)

  • tempo: presa di coscienza di accelerazione, depressione, debito → alienazione
  • depotenziamento della Verità a opinione → indebolimento
  • indebolimento (Popper) → fallibilismo / falsificazionismo
                    • ho fallito vs sono fallito
                    • fallimento / orrore (negazione)

errore

  • empatia → intenzione
  • dettaglio rivelatore

 

Paura ultima → paura della morte – vero fallimento esistenziale → horror vacui

→ abisso ineludibile

ORRORE → ci interroga dal di dentro

→ fatto compiuto: non posso più fare nulla

PAURA → di qualcosa esterno

successo

insuccesso / fallimento → imprevedibile (fattore temporale)

→ inintenzionale

Nella nostra società: fallito = perdente

Accettazione del fallimento = accettazione della morte

Siete sempre invitati a proporre le vostre riflessioni attraverso il blog!

Il prossimo incontro del Laboratorio sarà domenica 7 maggio.


Laboratorio pensiero debole – quarto incontro

Coordinatrice: Annalisa Decarli

Interviene: Stefano Tieri

Partecipanti:

  • Guido
  • Osama
  • Gloria
  • Barbara
  • Giovanni
  • Stefano

Quarto incontro – domenica 9 aprile 2017

Il gruppo non si incontra da due mesi e i partecipanti mostrano un forte desiderio di esprimere le loro opinioni, prima di procedere alla consueta riflessione. Leggi il seguito di questo post »


Laboratorio psicoanalisi – quinto incontro

23 aprile 2017

Coordina Vincenza Minniti

Intervengono Andrea Muni e Ilaria Papandrea

Continuiamo a riflettere riferendoci alla lettura della sintesi relativa al Disagio della civiltà

Silva. Siamo tutti dei pervertiti secondo Freud.. Freud toglie i complessi di colpa…posso essere perversa.

“la fine dell’analisi è un disciplinamento della perversione “cita Alberto da In principio era l’amore di Jula Kristeva Leggi il seguito di questo post »


Laboratorio psicanalisi – quarto incontro

9 aprile 2017

Coordinatrice Vincenza Minniti

Interviene Andrea Muni

Riferendoci alla breve sintesi del testo relativo al Disagio della civiltà di Freud pubblicato sul sito, riflettiamo a partire dalla domanda:

Che cosa è per te star bene?

Che relazione c’è tra star bene ed essere egoisti? Non riuscire a guardare se stessi con occhio critico? Leggi il seguito di questo post »


Laboratorio congiunto psicoanalisi + pensiero debole – Domenica 12 marzo 2017

Hanno qualcosa in comune l’etica della psicanalisi e l’etica minima?

Questa la domanda/questione che ha animato la discussione/confronto tra i partecipanti e i relatori del laboratorio sul pensiero debole e il laboratorio sul cantiere psicanalisi.

“L’etica minima è un’etica debole, non ci sono coazioni, spinte che la determinano, regole che la caratterizzano, norme che la normano, mentre sembrerebbero essercene nella psicanalisi: paventandone la pericolosità si tenderebbe ad una normazione, ad una regola etica forte”.

Che cosa evoca la parola etica?

Qual è la relazione tra la parola etica e la parola responsabilità?

“Quale relazione tra inconscio ed assunzione di responsabilità?“

Tiziana: Spesso siamo pressati dalla richiesta di risposte precise di medicalizzazione del sintomo. La trasformazione di sé non può essere ottenuta con un farmaco ma riguarda l’attraversamento di un percorso dove chi ha bisogno di cura non riceverà risposte dal curante ma solo da se stesso. Quando il dolore, la sofferenza riguardano un lutto o una perdita non possono essere patologici, ma lo diventano se la persona ne riamane schiacciata.

Ilaria: La patologizzazione dell’esperienza riguarda la questione della padronanza: quanta fatica facciamo a liberarci della padronanza .?. ..Invochiamo che qualcosa faccia funzionare lo stato di disagio/sofferenza in cui ci troviamo e dunque: Quanto il curante. .contribuisce a depotenziare la posizione di padronanza del curato? Ma quanto il depotenziamento è effetto di un lavoro (che Lacan riprende da Marx ) necessario per poter rinunciare un poco, quel tanto che si può, a volere un padrone?…

Si può smontare una certa idea di super io?

La questione della padronanza riguarda la questione etica?

Pier Aldo: “Si può chiamare l’etica della psicanalisi etica della non padronanza? Qui si vedrebbe in chiaro il ponte possibile tra etica minima e etica della psicanalisi”.

Colucci Foucault parla di un’etica del non dominio, di non essere eccessivamente governati anche se poi lui parla di un governo non solo di sé ma anche degli altri.

Andrea: è spostato in chiave intrasoggettiva quel famoso discorso per cui l’illuminismo è l’uscita dell’uomo dalle tenebre se lo consideriamo rispetto a noi stessi.

Pier Aldo Cosa vuol dire intrasoggettivo?

Andrea Intrasoggettivo vuol dire tra me e me.

Prendere la strada della psicanalisi significa mettere in conto che possono succedere delle cose intrasoggettive   perché io non sono l’unico soggetto che sta dentro ma ci sono vari piani che sono a loro volta in rapporto tra loro.

Pier Aldo:   è più facile annettere Foucault nel territorio del pensiero debole di quanto non sia facile annettere Foucault all’interno della psicanalisi.

Il discorso del potere corre lungo un binario di ordine etico.

Etica minima è un’espressione contraddittoria. Dentro l’orizzonte del pensiero debole la posizione etica è quella dell’esercizio.

E dentro la posizione del sapere psicanalitico?!

Colucci: L’esercizio inteso come tratto comune riguarda la narrazione. Il legame sta in un certo esercizio della parola: una parola che non è o non riguarda un pensiero forte , una verità perentoria con la V maiuscola   ma una parola che si narra e che si dice. L’effetto è quello di evento.

Pier Aldo: parola o stile di vita, l’etica della psicanalisi ha come riferimento la guarigione?

Colucci: No. Possiamo parlare di uno stile di pensiero che è stile di vita e che vale sia per l’analista che per l’analizzante.

C’è una scena comune. A proposito del termine esercizio  è interessante la citazione di Foucault: pensare altrimenti, modi di pensare l’incontro con l’alterità è un non fissarsi sul medesimo, sull’identico come vuole fare il pensiero forte, io so qual è la Verità e te la dico e devi adeguarti a questa Verità. C’è invece l’ idea di una verità che si costruisce, una verità   possibile che è un modo di trasformarsi che significa poi poter pensare altrimenti sé, pensare altrimenti gli altri.

Pier Aldo: viene smontato anche nella pratica psicanalitica il concetto metafisico di verità.

Intanto nel laboratorio sul pensiero debole stiamo riflettendo su Calvino: l’esercizio è quello di non buttarsi a dire la prima cosa che ti viene in mente, l’ immagine del mordersi tre volte la lingua prima di parlare . Vale questo per la psicanalisi?

Andrea: Sembrerebbe proprio il contrario perché le libere associazioni sono l’esercizio di parlare a vanvera che è una cosa difficile da fare.

Colucci: Non, parlare a vanvera ma dire la cosa che ti viene in mente.

 

L’oscurità di Lacan

Ilaria Che operazione fa Lacan quando presenta un oggetto in cui è chiamato in causa il lettore da una posizione in cui non è già lì spiattellata una verità tanto afferrabile perché c’è già lì questo esercizio? Sembra che Lacan metodologicamente non voglia essere chiaro, al contrario – dice Andrea – di Foucault il quale però sta rappresentando delle finzioni in qualche modo, sta facendo delle ricostruzioni politicamente interessate perché la chiarezza è uno strumento sofistico squisito quando vuoi dire una “menzogna”.

Annalisa: Forse perché è alla ricerca di posizioni di non dominio, in qualche modo?

Rovatti: Però i il parresiaste è quello che parla chiaro…

Colucci: ma ci sono quelli che vogliono parlar chiaro e per questo prendono premi come Freud ma poi capita che gli scritti più interessanti non sono molto chiari cosa che capita anche in Foucault. Gli scritti letterari di Foucault sono molto complicati come nella prefazione alla “Trasgressione”, testo difficile degli anni ’60.

Ma anche il linguaggio di Foucault non è sempre chiaro.

Pier Aldo Meno premesse possibili meno pregiudizi: “entia non sunt moltiplicanda preter necessitate”. È su questo l’incontro.

La risposta delle associazioni libere fa pensare ad un indebolimento delle troppe interpretazioni, una psicanalisi che vive di troppe interpretazioni, che è qualcosa a cui si contrappongono molte idee della psicanalisi compresa quella lacaniana, che è quella che pratica il silenzio.

Il silenzio che è una parola comune a questi due mondi. In verità da una parte c’è un fenomeno storico molto importante e dall’altra un punto di vista che possiamo vedere di adottare o non adottare.

Annalisa: Il parlarsi addosso che c’è nella psicanalisi non è un’operazione narcisistica?

Colucci: è proprio il contrario perché il narcisismo nasce in un rapporto duale. Nel momento in cui sottrai questa immagine ideale, sottrai questa immagine di modello ideale da raggiungere, perché il silenzio non è un silenzio, è un tacere in luogo di rispondere… che è qualcosa di diverso, è un sottrarsi, destituirsi dell’analista. Se il narcisismo nasce in un botta e risposta in un corto circuito in una specularità aggressiva, il sottrarsi come modello da raggiungere diventa un lavoro sul proprio…

Annalisa Però poi il narcisismo viene coltivato nella solitudine dell’analizzando.

Ma in verità non siamo mai soli e invece l’esperienza della solitudine tu la fai davanti all’analista che tace in luogo di rispondere: ti presentifica la morte. Vuol dire anche la sottrazione: quella dell’analisi è una scena di solitudine e rimanda ad un’etica della responsabilità perché in fondo lì sei solo e perciò bisogna uscire dalla scena intersoggettiva che è tipica del rapporto . C’è una certa innaturalità nel rapporto psicanalitico … io vado ad incontrare un altro però poi quello si sottrae e poi scompare.

Ilaria: Quando Lacan usa il termine soggetto è il soggetto dell’inconscio, c’è quell’articolazione tra un significante che mi rappresenta presso un altro e lo scivolamento di tutti questi significati dai quali mi sono fatta rappresentare e ogni volta mi faccio rappresentare, ad es. tra l’io e l’articolazione attraverso la quale cerco ogni volta di afferrarmi in un’identità che non è mai quella, è esattamente quella articolazione di una scena altra. Invitare ad un’ associazione libera vuol dire abbandonarsi a una articolazione di significati con i quali io credo di rappresentarmi …io vado lì e credo di star veramente dicendo qualcosa di ciò che sono, chi sono, dove m i situo. Il taglio che l’analista opera mi fa capire, mi fa scoprire di essere da un’altra parte rispetto a dove sto.

Si tratta di una cancellazione della riflessività? O di una forma diversa della riflessività nel senso che il pensiero non diventa ciò che sono ma ciò di cui patisco su questa superficie che sono contemporaneamente in quanto parlo ma sono anche ciò in cui tu ti iscrivi mentre parli a me.

 

Sebastiano Io, la verità, parlo : effetto di straniamento, perché la tua voce non combacia con l’immagine della tua voce nell’udirti, come l’ascolto della tua voce al registratore.

Una sorta di stadio dello specchio.

Rischiamo una sordità assordante.

Andrea Esempio: quando tu suoni sei l’attività che suona e la passività che ascolta per riuscire a suonare.

Cosa che accade al netto della riflessione…

La riflessione implicita, interiorizzata è un esercizio.

Pier Aldo L’ascolto è il fondamentale della pratica psicoanalitica, ma

quella dell’ascolto è l’orizzonte dell’esercizio del pensiero debole.

Siamo in una società in cui non ascolta più nessuno. Né l’amico né la compagna.

Ma quando uno parla ascolta almeno se stesso?!

Sebastiano Confondiamo forse l’ascoltare con l’intendere.

È una questione di tonalità, l’ascolto è interdetto … noi pensiamo di intendere e di ascoltare ma non è così… è un ascolto anestetico, un ascolto che nega se stesso.

Sebastiano: L’ascolto si è standardizzato e noi ci riferiamo soltanto all’aspetto semantico e perdiamo gli ingredienti fondamentali che sono nella parola: sonorità e ritmo.

Silenzio ascolto: solo oggi siamo in una società senza ascolto? Secondo Cristina l’ascolto nel passato era un ascolto obbligato dall’autorità che imponeva di ascoltare.

Pier Aldo Se questo fosse vero, che cosa ci guadagniamo? Non vogliamo discutere sul piano storiografico… però oggi siamo in una situazione tremenda di non ascolto…

Siamo qui perché una piccola piccolissima promessa di ascolto reciproco viene messa in movimento.

Che cosa cerchiamo nella psicanalisi?

Cerchiamo una relazione in cui ci sia l’ascolto a fronte del bisogno, del desiderio di essere ascoltati?

Il problema è il presupposto, il pregiudizio di avere già sentito, ho già capito prima che tu abbia finito…

C’è un certo masochismo nell’ascolto?

In verità l’esercizio dell’ascolto è una violenza che ti auto-fai.

Nella questione dell’ascolto c’è il rimando, Il soggetto può rimanere sempre inconscio?

Come fai ad avere la certezza di aver compreso quello che una persona voleva dire se non l’ascolti fino in fondo? A volte ci sembra una cosa scontata quello che l’altro ci dice…

Da una parte il dire e dall’altra il comprendere o meglio aver già capito. Forse chi dice non ha capito quello che voleva dire. Quello che dice è altro da quello che lui credeva di dire. Ed è questa la sfumatura…

Pier Aldo: Mettiamo l’aggettivo pericoloso: io potrei cercare di dire a me stesso che cosa è pericoloso nel pensiero debole o cosa avrebbe potuto essere pericoloso, cioè il pericolo del relativismo.

E se fosse anche per l’etica della psicanalisi proprio il relativismo il pericolo? Accusa del suo relativismo rispetto all’etica?

Carla: È pericoloso che l’analista ti aiuti a capire e tu non sia in grado di reggere il dolore della tua conoscenza.

La filosofia può curare, e la psicanalisi?

Può guarire?   Caso mai…

La psicologia promette benessere: stiamo male, ma contenti.


Laboratorio Marx e i bisogni – terzo e quarto incontro

Il testo che segue raccoglie tematiche e suggerimenti emersi nei laboratori del 12 febbraio e 12 marzo 2017

Abbiamo cercato di mettere a confronto i diversi modi d’uso della parola violenza tenendo sullo sfondo i tre testi di riferimento, cioè la prefazione di Sartre al testo di Fanon I dannati della terra, Sulla violenza di Arendt e il testo di Butler Violenza, non violenza: Sarte su Fanon in “aut aut” 344.

Se partiamo dalla suggestione emersa nella relazione di Raoul Kirchmayr di apertura del Cantiere Marx, troviamo l’immagina di un pesce che gira all’interno di una boccia di vetro. Il pesce ha una memoria a brevissima scadenza per cui ogni giro, la ripetizione del sempre uguale non è percepita dal pesce come tale. Ogni giro sarà sempre un nuovo giro. Questa smemoratezza sembrerebbe caratterizzare l’uomo contemporaneo, incatenato, in questa dimensione senza passato e senza futuro, a ripetere acriticamente l’identico. La rottura del vetro sarebbe il gesto di discontinuità che permette al soggetto, ai soggetti, di recuperare una dimensione pubblica a politica.

Proprio a partire da questa immagine iniziano le nostre considerazioni.

Innanzitutto la messa in questione della possibilità di un rapporto tra rottura dell’esistente ed edificazione di un nuovo umanesimo o, cosa ancora più problematica di una umanità degna di questo nome.

L’atto violento, mandare in frantumi la boccia di vetro, questa la questione emersa nei due ultimi laboratori, è garante di una discontinuità delle logiche violente stesse e di saturazione di potere sempre in agguato nell’azione sociale e politica?

Il testo di Sarte sembra affermare proprio questo: l’azione contro-violenta è la negazione di una negazione dell’identità del colonizzato destinata a restituire una piena e pura soggettività dell’oppresso. È un tema questo che ritroviamo già in Marx nell’idea di affermazione progressiva del comunismo. La negazione delle forme di produzione capitalistiche porta alla dittatura del proletariato e solo in seguito, in un movimento di autonegazione delle forme di oppressione insite in questa dittatura, all’affermazione dell’uomo totale realizzato attraverso la forma comunistica di società. Ma è proprio questo momento di autonegazione ad essere smentito nei più diversi frangenti della storia. Il mancato inveramento di questa doppia negazione è il cuore tematico rispetto al quale tanto Arendt che Butler si smarcano. Entrambe rifiutano l’idea di una violenza liberatrice in quanto essa non si dà mai entro i fini per i quali viene esercitata. Soprattutto Arendt nel suo Sulla violenza esplicita tale questione: la violenza può essere giustificata solo localmente e temporaneamente per evitare mali peggiori, nella consapevolezza che il fine per il quale viene utilizzata costantemente rischia di rovesciarsi su se stesso: la violenza cioè, da mezzo diviene fine a se stessa. Il punto pregnante è quindi il fatto che attraverso l’uso della violenza il soggetto stesso che la usa ne viene trasformato e contaminato.

A dire il vero anche Sartre accenna nella sua prefazione a questo fenomeno quando mette in rilievo che la violenza del colono atterrisce il colonizzato e gli fa scoprire con sgomento la sua stessa violenza. Proprio su questo punto esordisce il testo di Butler evidenziando la contraddizione insita nel testo di Sartre in quanto mette in luce la specularità delle posizioni del colonizzato e del colonizzatore: sia il primo che il secondo non rispondono all’appello dell’altro, mettono in atto una scena di esclusione reciproca e totale che “..è un fattore di morte sociale”.

La negazione dialettica dell’altro porta con sé una riproduzione della violenza.

Su questa questione, cioè sul fenomeno di riproduzione e trasmissione della violenza vorremmo soffermarci più ampiamente nei prossimi laboratori. Anche Butler quindi mette sotto critica l’idea che sia possibile attribuire al colonizzato la stessa funzione messianica attribuita a suo tempo al proletariato. La decolonizzazione, come scoperta di un nuovo soggetto libero, non è possibile e non può nemmeno rappresentare per l’Europa un fattore di risveglio: il suo umanesimo ipocrita, sostenuto dalla cultura liberal-democratica, afferma Butler, sa mettersi al riparo dalla sua contraddizione. In linea con la riflessione arendtiana, Butler, citando Bhabha, considera la violenza solo come agency, cioè come spazio d’azione contro la morte sociale, sottraendo così alla violenza qualsiasi valore positivo compreso il ruolo di levatrice della storia che le era stata attribuita da Engels e anche da Sarte nella sua prefazione.

Fanon, evidenzia Butler, è addirittura più cauto di Sarte sulla questione: la violenza può essere necessaria, ma va bandita affinché una società sia possibile. Ritroviamo qui il principio del male minore: di fronte all’annientamento minacciato dalla colonizzazione è meglio insorgere con le armi, rischiando comunque l’annientamento, ma per lo meno salvando l’onore e la dignità.

Questo è un tema che è emerso nella discussione: il vero contenuto della violenza non sarebbe l’offesa fisica, ma il tentativo di demolire l’onore dell’avversario. Sulla stessa lunghezza d’onda Arendt che cerca di articolare a tal proposito una serie di differenziazioni tutte ancora eventualmente da esplorare nei prossimi laboratori: forza, potere, violenza ed autorità. Soprattutto la chiusura del cerchio tra queste differenze, rappresentato dalla coppia autorità-forza, mette in luce l’importanza di introdurre le nozioni di dignità, onore e riconoscimento. Su questo aspetto va segnalata la riflessione di Butler che rileva il maschilismo di fondo del colonizzato che trova la massima offesa al suo onore nello stupro delle sue donne.

Lungo la linea di queste ultime considerazioni abbiamo fatto cenno ad un testo di S. Weil che si interroga proprio su tali questioni: L’iliade o il poema della forza (Asterios 2012). Ricordiamo che la figura della Weil è al centro di un testo presente nel reading Il pensiero debole del 1983, curato da Alessandro Dal Lago che cerca di avvicinare l’idea di debolezza a quella di fragilità e di sventura che sono importanti nuclei della riflessione weiliana.

Nel testo sull’Iliade, la Weil, ripercorrendo alcuni passi fondamentali del poema di Omero da lei tradotti ex novo, si interroga proprio sulla natura della forza collocandola in una dimensione sovrastorica ed allo stesso tempo immanente nella storia. La forza, nella riflessione weiliana, condanna alla rovina chi la usa, allo stesso tempo pietrificando e rendendo carne morta chi ne è oppresso. Mentre la violenza sembra, nel discorso di Sartre, in definitiva premiare che ne fa uso, in Weil la violenza è solo un aspetto particolare dell’incarnazione della forza che sovrasta ogni destino particolare.

Pur tenendo presenti le differenze tra il pensiero della Arendt e quello della Weil, possiamo tentare un accostamento tra i concetti di forza che esse utilizzano: per Arendt si tratta di una qualità che si sprigiona dalle condizioni storiche e sociali e che viene dagli uomini interpretata in diversi modi. Se ne ricava un concetto di forza rispetto al quale un soggetto singolo o collettivo non ha alcuna padronanza. E questo sembra essere proprio il senso della meditazione della Weil in proposito.

Infine, tornando alla questione della riproduzione della violenza abbiamo ricordato un passo tratto dalle Conferenze brasiliane, in cui Basaglia afferma che con la chiusura dei manicomi “abbiamo violentato la società, ma allo stesso tempo eravamo lì pronti a prenderci le nostre responsabilità, e rispondendo alla reazione della società attivando sul territorio le strutture necessarie a far fronte a quanto da noi messo in atto” (Il testo di Basaglia non è qui riportato alla lettera, ma le parole e il senso complessivo della sua affermazione sono del tutto adeguate al suo pensiero).

Vanno notate due questione fondamentali per il discorso che abbiamo elaborato nel laboratorio:

  1. La chiusura dei manicomi è stata una violenza rispetto ai bisogni della cittadinanza, o meglio alla mancanza di un bisogno da parte della società di entrare in relazione con la contraddizione rappresentata dalla reclusione dei malati di mente.
  2. A fronte di questa violenza Basaglia si è preoccupato di creare un pareggio.

Il punto 1 ci rimanda alla questione dei bisogni indifferenziati di cui parlano Basaglia ed Ongaro; è possibile pensare che di questa indifferenziazione patiscano non solo i reclusi, ma anche la società che genera le logiche di esclusione. Basaglia fa una scelta strategica: rappresentare i diritti degli esclusi a scapito della comodità in cui la società si permetteva di non incontrare la propria contraddizione. Ma anche questa afasia della società, la sua impossibilità e incapacità di creare un discorso non-violento è un gesto di auto-esclusione. Benché tra Sartre e Basaglia ci sia più di un punto di contatto, va segnalata l’enorme distanza che corre tra la prefazione a Fanon del primo rispetto al pensiero politico del secondo, così come si esprime nel frangente delle conferenze brasiliane. L’azione di Basaglia appare si di rottura, ma condizionatamente a mantenere vivo l’appello all’altro, proprio il punto su cui si sofferma criticamente Butler rispetto a Sartre.

Il punto 2 è solo un accenno, ma a mio avviso ricco di filoni di ricerca: non è sufficiente negare una determinata realtà, occorre generare anche l’azione riparatrice che pareggi la violenza che necessariamente si trova in atto in un processo di cambiamento che investe tanto le strutture quanto i soggetti che le abitano.

Infine ricordiamo che è emersa la necessità di attualizzare la questione della violenza nell’odierno contesto di vita in cui il rapporto tra violenza e non-violenza non si gioca prevalentemente sul piano delle armi e dello scontro fisico, cioè sullo sfondo di un movimento repressivo, ma su una dimensione in cui il potere ha un volto prevalentemente riproduttivo ed espansivo della vita (l’ovvio riferimento è a Foucault e alla biopolitica); in ogni caso è chiaro che la violenza si genera in un tentativo di appropriazione e di ri-appropriazione e che questi movimenti sono sostenuti da un’ideologia che a sua volta rappresenta un momento dell’alienazione rispetto alla possibilità di cogliere in una prospettiva soggettiva e storicamente determinata la natura dei bisogni. Su tale questione fondamentale Sarte e Basaglia dibattono in un colloquio presente in Crimini di Pace. Basaglia interroga in proposito Sarte che afferma che le ideologie sono fattori di libertà mentre si fanno, e diventano oppressive una volta fatte. Potrebbe essere un compito dei prossimi laboratori tentare di misurare quanto le nozioni di bisogno, ideologia e violenza possono essere rappresentate oggi dalla discorsività propria degli autori che abbiamo convocato per le nostre riflessioni; soprattutto alla luce del movimento di globalizzazione che tende a sovrapporre un tipo di colonizzazione alla quale si riferiva ovviamente Sarte negli anni ’50 e ’60 e che aveva a che fare con il territorio, la violenza fisica e l’esclusione, con una colonizzazione che investe il piano dell’immaginario, un piano in cui ci si confronta non semplicemente con la contrapposizione di ideologie e di credenze, ma con il laboratorio stesso in cui queste credenze e queste ideologie vengono forgiate.